Contrastiamo il deserto dell’inquinamento con i germogli della riconversione economica

Spesso termini come cambiamento climatico, desertificazione, emissioni inquinanti non restituiscono nell’immaginario collettivo l’effettiva portata del problema che descrivono. Nei giorni scorsi si celebrava nel mondo la Giornata contro la desertificazione, problema si cui si parla da decenni (la convenzione per combattere il fenomeno è stata firmata 25 anni fa) ma rispetto al quale non si sono fatti passi avanti decisivi, probabilmente anche a causa di questa scarsa consapevolezza.

Vediamo allora cosa significa in termini concreti desertificazione, partendo proprio da casa nostra. In Italia il 20 per cento del territorio è a rischio: vale a dire che un quinto dei nostri terreni sta sparendo a causa dell’erosione o è impoverito per la mancanza di sostante nutritive ed acqua, o addirittura contiene così tanti sali che non si può più coltivare. Tutto questo si deve all’inquinamento, all’uso scriteriato dell’acqua e all’aumento della temperatura media del Pianeta, il cosiddetto surriscaldamento globale che il 99% degli scienziati reputa sia collegato alle attività umane più inquinanti.

Lo scenario dunque, stando alle proiezioni di fine secolo che tengono conto del mix aumento delle temperature, innalzamento dei livelli dei mari e desertificazione, è tutt’altro che confortante: le coste arretreranno drasticamente con tante località sott’acqua, intere regioni a partire dalla Sicilia avranno l’aspetto e il clima del Sahara, la Pianura Padana oggi preda dello smog tornerà a essere sommersa.

Ovviamente non si tratta di un problema soltanto italiano, ma globale. Tra soli 5 anni 2/3 degli abitanti del Pianeta vivranno in condizioni di stress idrico, vale a dire che avranno bisogno di più acqua di quella che avranno a disposizione. Intanto, ogni anno il mondo perde 24 miliardi di tonnellate di terra fertile perdendo l’8% circa della produzione: in pratica si impoverisce il suolo e si impoveriscono le economie insieme alla biodiversità e alla disponibilità di risorse. Non a caso l’Onu prevede che tra 25 anni l’acuirsi di questa situazione vedrà migrare verso località meno desertificate 135 milioni di persone.

È evidente dunque perché il MoVimento 5 Stelle ha portato, ormai dieci anni fa e oltre, questo problema all’attenzione di cittadini e istituzioni, mettendo al centro della propria azione politica il tema della riconversione ecologica dell’economia. Grazie all’impegno del ministro Costa abbiamo già stanziato 11 miliardi per contrastare il dissesto idrogeologico e con il lavoro al Mise del vicepremier Luigi Di Maio abbiamo sospeso più di 150 permessi di ricerca per estrarre petrolio, aumentando per giunta di ben 25 volte il canone pagato dalle società petrolifere allo Stato per estrarre gas e petrolio. Inoltre, entro il 2025 chiuderemo tutte le centrali a carbone. È notizia di questi giorni il giudizio positivo dell’Europa europeo nei confronti del Piano nazionale integrato Clima Energia presentato dall’Italia per rispettare gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima.

Ora puntiamo dritto sugli investimenti su efficienza energetica e rinnovabili, trasporto pubblico locale e mobilità sostenibile, riforestazione e gestione virtuosa dei rifiuti a partire dalle plastiche. In Parlamento stiamo anche sostenendo con forza le nostre proposte di legge che vanno propria direzione della lotta al climate change e alla desertificazione. Tra queste c’è quella per la gestione pubblica delle risorse idriche, unica opzione in grado di rilanciare gli investimenti e risolvere il problema delle reti colabrodo, e quella per il contrasto al consumo di suolo. C’è tanto ancora da fare, ma la strada della sostenibilità è l’unica percorribile e porta tanti vantaggi, soprattutto in termini di maggiore occupazione. Tanti semi abbiamo gettato in un anno di governo e tanti altri a stiamo per gettare per far germogliare un’economia fondata sulla sostenibilità e sulla salvaguardia degli ecosistemi e delle generazioni future.

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